Il Manto Reale

Il Manto Reale

leggende di Capitignano

Alla guerre! alla guerre!
'Na pagnotte e 'na sardelle!
Ciente surdate de llu pape
Nin si fidírene de cavà 'na rape.
Ce ne írene tre de llu rre,
Ne cavírene ciente e tre.

C'erano due re. Uno aveva un figlio, e un altro una figlia. Tra loro c'era amicizia stretta; ma si proponevano di stringerla di più, con la parentela, volendo che, a tempo debito, succedesse un matrimonio tra i loro figli. Si scambiarono spesso le visite. Ma, per disgrazia, tra i due vecchi amici, nacque una guerra accanita. E sebbene, dopo qualche tempo, si smorzasse l'ira, pure rimase l'odio: e che odio!

I due figli dei vecchi amici si erano fatti giovani. Il maschio, un giorno, entrò nelle camere dove stavano i servitori. Cominciò ad aprire stipi, cassetti, cassettoni e canterani. In uno stipo trovò il ritratto di una giovanetta, e disse: - Questa sì, che è bella! Io me la sposerei! - I servitori lo sgridarono: - Per carità! rimetti al posto il ritratto. - Se se ne accorge tuo padre, guai! -

E così gli raccontarono la promessa che si erano fatta i due re, e la guerra che ci fu poi tra loro. Il giovane finse di riporre il ritratto, dove l'aveva trovato; ma, invece, se lo nascose in petto. E poi si presentò al padre, dicendo: - Dammi una somma di quattrini, perché voglio girare; voglio conoscere il mondo. - Il padre lo fece contento.

Il giovane andò alla città, dove stava la promessa sposa; e cominciò a passeggiare sotto le finestre del palazzo reale. La reginella che lo vide, disse al padre: - C'è un giovane che passeggia e ripasseggia sotto le nostre finestre. Che vorrà? -

Il padre fece chiamare questo giovane: - Che vai facendo? -
- Vorrei entrare per cameriere nel vostro palazzo. -
- Un cameriere serve alla reginella. Resta dunque con noi. -

Un giorno la reginella stava in camera sua; e sospirava. Aveva il gomito appoggiato sullo schienale della sedia e sulla mano appoggiava la fronte. Chiamò il cameriere e disse: - Di chi sei figlio? - Rispose: - Sono figlio di un molinaro: - E tornò al suo posto, fuori della camera. La reginella sospirò più forte. Seguitò a sospirare tutti i giorni. Al figlio del re venne compassione. Una sera si presentò alla reginella, parlando chiaro e tondo, dell'essere suo e della sua intenzione. E conchiuse: - Se questo l'appura vostro padre, siamo perduti. Dunque dobbiamo fuggircene. - La reginella fece fagotto; si prese anche il manto reale, e se ne fuggì con lo sposo.

Dopo aver girato e rigirato monti e colline, gli sposi si riposarono in una pianura deserta. La reginella si addormentò sulle ginocchia dell'amante. Ma il giovane sentì qualche bisogno: insomma, doveva alzarsi. Sollevò dunque, piano piano, il capo della reginella, e lo posò sopra una valigia. E siccome le andava il sole in faccia, cavò fuori il manto reale, da un'altra valigia, e la ricoprì tutta. Il giovane si era allontanato un poco. passò un uccello e si portò via il manto reale. Il giovane corse appresso all'uccello, acchiappa e non acchiappa. Ma si allontanò tanto, che giunse in un luogo, dove stavano i Turchi. Fu preso e portato via dai Turchi.

La reginella si svegliò; guardò attorno, e non vedeva che deserto. - Oh Dio! - Cominciò a piangere dirottamente. Si fece notte; e tornava al suo paese, con una morra di porci, un porcaro. Sentendo piangere, il porcaro si avvicinò alla reginella e seppe la disgrazia. Esso la consolava: - Non piangere più. Può essere che torni. - La reginella lo pregò che, per quella notte, la ricoverasse in casa. Il porcaro disse: - Non so se vi saprete adattare alle nostre miserie. Ma andiamo. -

La mattina, la reginella si diresse verso la riva del mare; e vi fece fabbricare una locanda. Essa, però, si era già vestita da uomo. Sulla porta della locanda, fece mettere un cartello, dove si diceva che tutte le persone che si fermavano là, avevano, per tre giorni e tre notti, mangiare e dormire gratis, col patto che ciascuno doveva raccontare, al padrone di casa, la sua pena. I pellegrini andavano e venivano; tutti raccontavano le loro pene. La reginella, travestita, sentiva ognuno. Ma non ancora poteva aver notizia dello sposo.

Lo sposo, capitato fra i Turchi, era stato messo a zappare; e s'era fatto nero nero, che non si riconosceva più. Un giorno, mentre zappava, sentì un suono cupo sotto la zappa. Scava; e trova un cassone pieno di doppie. Allora fece sapere al Gran Turco che gli aveva scritto il padre, e che lo voleva riscattare, mettendo a una bilancia il figlio e a un'altra, tante doppie. Il Gran Turco accettò il cambio, e il giovane fu liberato. Il giovane si mise in cammino e arrivò alla locanda, in riva al mare. Lesse il cartello ed entrò. Dopo aver mangiato, il padrone lo invitò a raccontare la pena sua. - Ah! signore mio! la mia pena è lunga; e chi sa, quando finisce! - E cominciò a raccontare il fatto che gli era accaduto. La reginella lo riconobbe e disse: - T'è rimasta nessuna idea della sposa? ti voglio far vedere un ritratto... - La reginella entrò nella camera, e si vestì, come stava vestita , quando successe la fuga. Appena riuscì dalla camera, il giovane si alzò e l'abbracciò, in grazia di Dio. Non vi starò a dire le feste che fece il padre dello sposo quando rivide il figlio, e le feste che seguirono, quando i due re, i due vecchi amici, rifecero pace.

- E il manto reale? -
- Se lo vuoi, corri appresso all'uccello. -
Sott'allu 'mbierne
Ce steve 'ma rinnelell.
All'ensù, all'ensù,
Da' 'nu vasce a chi vo' tu.

da www.comune.capitignano.aq.it

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